sei qui: Home >
Universita' e Master universitari > Universita' degli Studi Gabriele D' Annunzio di Chieti-Pescara, inaugurazione Anno Accademico
Universita' degli Studi Gabriele D' Annunzio di Chieti-Pescara, inaugurazione Anno Accademico
Universita' degli Studi Gabriele D' Annunzio di Chieti-Pescara
Inaugurazione a.a. 2007/2008 - 26 gennaio 2008
Relazione
Prof. Franco Cuccurullo - Magnifico Rettore
"De Merito"
filmato
Prolusione
Prof. Franco Chiarelli - Ordinario di Pediatria,
Facoltà di Medicina
"I bambini e la società: la società per i bambini"
filmato
Interventi
Nicola Di Nardo - in rappresentanza del Personale amministrativo e tecnico
filmato
Giuseppe Pranzitelli - in rappresentanza degli Studenti
filmato
Proiezione del video
Scrigni d'acqua
di Luciano Paesani e Raffaella Cascella
Conferimento onorificenza Ordine della Minerva
Giuseppe N. Colasurdo - Preside University of Texas Medical School, Houston
filmato
Roberto Gervaso - Giornalista, scrittore
filmato
Relazione del Magnifico Prof. Franco Cuccurullo
De Merito
Autorità civili, religiose e militari, Magnifici Rettori, illustri ospiti, stimati Colleghi e Collaboratori, cari Studenti, Signore, Signori, a Voi tutti il più sincero ringraziamento per la partecipazione a questa cerimonia inaugurale.
Il titolo di questa prolusione - "De merito" - ha una duplice lettura: si offre a considerazioni e riflessioni sul concetto di "merito", ("De merito" è il modo latino di tradurre il complemento di argomento), ma al tempo stesso - facendo ricorso ad un semplice gioco di parole - esprime anche il "non merito" – quindi il "demerito"- di una visione culturale che non riesce ad elevare a sistema la cultura del merito.
Non c'è ormai leader politico, ministro, rettore, docente, né sindacato o realtà aziendale, che non sostenga l'esigenza di valorizzare i meriti oggettivi e le capacità individuali.
La crociata contro il demerito, la cooptazione arbitraria, il favoritismo, il clientelismo o il familismo, almeno a parole, è ormai inarrestabile!
Il riconoscimento del merito è una necessità ineludibile per una nazione moderna che voglia valorizzare i propri talenti e il proprio capitale umano.
Il merito è tutto ciò che rende degno di stima e dà diritto alla gratitudine, alla ricompensa, al premio, acquisito in relazione alle capacità di un singolo, di un team o di una istituzione.
Nel Vangelo secondo Matteo, la Parabola dei Talenti racconta di un uomo che parte per un viaggio, affidando i beni ai suoi servi.
Ad uno di essi affida cinque talenti, al secondo due ed al terzo un talento. I primi due servi dimostrano capacità nel far fruttare la somma ricevuta e riescono a raddoppiarla; il terzo, invece, va a nascondere il talento. Si evince il concetto che, nella vita, il successo deriva dalla capacità di cogliere e valorizzare le opportunità.
Per inciso, da questa parabola è derivato il significato usuale di talento inteso come capacità, dote.
Una prima riflessione: quali sono i meriti che devono essere riconosciuti e, di conseguenza, premiati.
Consideriamo, ad esempio, due colleghi universitari, uno dei quali particolarmente dotato nell'insegnamento ma mediocre nella ricerca, l'altro molto capace nella ricerca, ma mediocre nell'insegnamento. Chi premiare? Entrambi hanno meriti.
Entrambe le azioni sono positive e non contrapposte la scelta, allora, dipenderà dall'ordine di priorità che l'istituzione intende adottare.
In questo esempio è l'università, insomma, ad assumere la responsabilità della scelta, in relazione ai valori che attribuisce alle specifiche categorie di merito.
Tuttavia, il principio del merito non deve tramutarsi in strumento per identificare categorie premiali in funzione dei propri disegni, preselezionando, di fatto, colui che si vuole premiare.
In un sistema meritocratico, tutti i talenti devono essere apprezzati, ma la meritocrazia, non potrà mai essere applicata se non all'interno di una società che riconosce il merito oggettivo e che sa individuarlo e valutarlo.
Dunque, il merito, che non è un valore assoluto ma ha sempre una componente intrinseca di soggettività, che si articola e si interseca con altri valori umani e sociali, non può prescindere dalla cultura del giusto riconoscimento.
Cultura del riconoscimento: ecco un altro concetto pilota che gioca un ruolo importante in questo tentativo di delineare le categorie del merito. Il riconoscimento rappresenta una forte motivazione per la crescita personale, per la sollecitazione a migliorare la propria condizione, aprendo la strada ad un ritorno di immagine globalmente positivo.
Alla cultura del merito e del riconoscimento, si ispira anche la competizione di mercato: sana competizione e non concorrenza esasperata che ha quasi sempre insito il concetto della sopraffazione del più debole.
Gli analisti sono in genere concordi nel sostenere che, nel mondo del lavoro, il primo passo per tradurre le parole in fatti sia quello di intervenire sul salario, legandolo a fattori flessibili e dinamici basati sul merito. Tuttavia, fino ad ora, a vincere sul terreno della contrattazione collettiva, sono invece logiche che – seppur indispensabili a garantire diritti fondamentali - non affrontano adeguatamente la questione del merito e non fanno propria la così detta "cultura premiale", che rappresenta un efficace antidoto contro l'omologazione e l'egualitarismo che conducono all'appiattimento.
Sul rapporto fra merito e mercato vorrei ricordare un episodio personale, che mi riporta al 1987, ad Oxford, dove ebbi l'occasione di assistere ad un interessante intervento dell'amministratore delegato della Volkswagen. L'intervento si fondò sull'analisi di un lucido, che riportava a penna tre numeri: 1/2, 2 e 3, dove il primo numero stava a rappresentare l'esigenza di dimezzare la forza lavoro dell'industria, il secondo l'impegno a raddoppiare il salario ed il terzo l'obiettivo di triplicare la produzione.
Credo che una strategia del genere, teorizzata nel nostro Paese, non avrebbe suscitato molto consenso.
Comunque, merito, o la sua accezione totalizzante molto in voga -"meritocrazia" - non vuol dire soltanto garantire la scalata sociale ai migliori, ipotizzando quindi come modello una società dei migliori, ma vuol dire garantire a tutti la possibilità di una realizzazione professionale adeguata alle proprie capacità e alle proprie aspirazioni e un accesso alla conoscenza che non abbia barriere di censo, di famiglia, di provenienza geografica. Conoscenza e sviluppo di capacità critiche e pluralismo sono parte fondamentale e irrinunciabile di questo processo, per consentire autonomia nelle scelte e garantire libertà di opinione.
Ed è per questo che sono profondamente turbato, nel dover constatare che principi di merito, quali il pluralismo e la libertà di opinione sono stati calpestati proprio in una università. Mi riferisco chiaramente a quanto è avvenuto nei giorni scorsi all'Università La Sapienza, dove è stato negato a Papa Benedetto XVI il diritto di esporre la Sua allocuzione sul tema "Il ruolo dell'Università tra ragione e fede". E questo, in un luogo dove il diritto di parola e di replica dovrebbe essere garantito a tutti, in un clima di costruttivo confronto, non soffocato dall'integralismo e dall'arroganza di minoranze culturali, che rifiutano il dialogo.
E proprio parlando di Università, siamo davvero in grado, in Italia, di premiare merito e talento, nel sistema universitario? Il Ministro dell'Università e della Ricerca, Fabio Mussi, dichiara che con la finanziaria e altre leggi, si sono posti alcuni pilastri per un grande cambiamento di sistema. La prima grande novità è il blocco della proliferazione delle sedi e della frammentazione dei corsi (BENE), la seconda è l'istituzione dell'Agenzia nazionale di valutazione dell'Università e della Ricerca (ANVUR) che deve premiare la qualità della ricerca, individuando gli atenei che meritano più risorse (BENE). E ancora: il "Patto per l'Università e la Ricerca", sottoscritto dal Ministro Mussi e dal Ministro Tommaso Padoa-Schioppa, con il quale si ribadiscono, più o meno gli stessi concetti, tramutando in precetto il nuovo verbo dell'efficienza e della meritocrazia premiale degli Atenei.
Bilanci in regola e risultati positivi nella didattica e nella ricerca avrebbero dovuto essere fondamentali per l'assegnazione di fondi premiali agli atenei virtuosi (per dovere di cronaca, l'Ateneo "d'Annunzio" è tra quelli virtuosi, al 19esimo posto nella classifica nazionale!)
Il "Patto" con le Università, introduce l'obbligo della programmazione pluriennale, imponendo il graduale rientro controllato delle situazioni di criticità e dell'esposizione debitoria che colpiscono oggi molte università.
Si coglie una forte enfasi sulla ricerca di modalità e strumenti di incentivazione a comportamenti virtuosi; si pone tra gli obiettivi principali l'ampliamento del diritto allo studio, il sostegno alla mobilità di studenti e docenti e all'internazionalizzazione del sistema.
Nobili parole, che purtroppo non hanno trovato attuazione.
L'impegno è tramontato non nei principi, quanto nella disponibilità delle risorse finalizzate alla realizzazione. Un esempio? Sono stati decurtati 92 milioni di euro dai fondi destinati alla ricerca, per risolvere l'emergenza degli autotrasportatori.
Le carenze del nostro sistema universitario hanno molte cause, ma secondo il Ministro Mussi è l'Università nel suo complesso a meritare un giudizio pesantemente negativo. Una banalizzazione inaccettabile, perché si limita a stigmatizzare in negativo solo ciò che non funziona, senza rendere giustizia ai meriti, nel rispetto della logica da lui stesso propugnata.
Se vogliamo davvero discutere di meriti, dobbiamo avere l'onestà intellettuale di mettere nella giusta luce anche ciò che funziona. E ciò vale certamente per gli Atenei, ma ancor più per il dicastero che il Ministro Mussi presiede pro tempore.
Lo stato insoddisfacente della nostra meritocrazia educativa, in particolare universitaria, comporta due importanti distorsioni. La prima è che la nostra università di massa ha schiacciato verso "il basso" la preparazione media dei nostri studenti.
La seconda è che di fatto c'è una sottovalutazione da parte delle nostre classi dirigenti del ruolo che l'università e la ricerca hanno nella nuova modernità sociale, tecnologica ed economica. L'università non è solo una palestra di opportunità di crescita dei cittadini, ma è anche un nuovo straordinario volano per lo sviluppo socioeconomico del Paese.
Se è lecito affermare che fondare una società complessa come la nostra sul merito risulta molto difficile, è però certo che una società ricca come la nostra non può eludere il problema di riaprire i canali attraverso i quali può passare la linfa del merito. Per quanto difficile da misurare, il merito resta comunque uno dei concetti meno disponibili alla banalizzazione, perché contiene in sé una rilevante componente di cultura del dovere.
Consentitemi, in conclusione, alcuni ringraziamenti: a tutti gli amici Rettori che ci hanno onorato con la loro presenza; al Senato Accademico, al Consiglio d'Amministrazione e al Nucleo di Valutazione per il costante supporto tecnico e decisionale e per lo spirito criticamente costruttivo con il quale operano costantemente; al Direttore Generale, che mi affianca con competenza ed amicizia nella gestione dell'Ateneo; alle Amministrazioni pubbliche ed in particolare a quelle dei Comuni di Chieti, Pescara e Torrevecchia teatina, per il pieno e convinto sostegno alle iniziative dell'Ateneo.
Un ringraziamento affettuoso a tutti gli amici che hanno concluso il loro rapporto ufficiale con l'Ateneo, ma che continueranno ad esserne parte integrante dopo tanti anni di appassionata partecipazione.
Un pensiero commosso, infine, a coloro che ci hanno lasciato e che rimarranno per sempre nella nostra memoria: nel loro ricordo dichiaro ufficialmente
aperto l'A.A 2007/2008.
